LA COMPLESSITÀ DI GUARDIOLA LOGORA CHI NON CE L’HA

FOTO DI COPERTINA DA FANPAGE

Guardiola avrebbe rovinato il calcio. Già. Pep da Santpedor. Lo avrebbe stravolto, capovolto, sarebbe colpevole di aver “inventato” troppe variabili cervellotiche, anomale, sino a sfociare nell’egocentrismo più perverso e delirante, con l’unico e acclamato intento, celato ma soffusamente decantato e declinato, di idolatrare, innalzare, far ascendere ad apoteosi semantica sé medesimo.

Un delirio di onnipotenza volto a coinvolgere il globo intero affinché terre emerse e mari ottemperassero alla funzione preliminarmente intesa della loro esistenza nell’universo, ovvero genuflettersi al cospetto di Josep. Che, sin dalle prime luci dell’alba, alla tenera età di 37 anni, in fase dunque neonatale quanto a ruolo di guida tecnica, diviene in sole quattro stagioni l’allenatore più titolato della storia del Barcellona.

A casa sua, in mezzo alla sua gente. Quattordici titoli, fra cui tre campionati e due Champions League, collocati in bacheca facendo affidamento sull’estremizzazione naturale della fase di possesso, ovvero l’unica che nel calcio consente che l’altra, quella di non possesso (così cara ad alcuni tecnici nostrani cospicuamente vanitosamente fieri di distruggere le altrui idee anziché partorirne di proprie) divenga quella parentesi fugace di riaggressione o ricomponimento volta a determinare che la pelota torni fra gli educatissimi e prescelti piedi di chi la sa gestire, coccolare, condurre, colpire, far  scivolare. Ovvero fra i piedi di coloro i quali molte volte, costituzionalmente, sono nel mondo italico ritenuti fisicamente inadeguati ad essere considerati prospetti decisivi.

Esagero? In virtù del fatto che chiunque avesse fra le mani Messi, Xavi e Iniesta, affiderebbe naturalmente loro le chiavi di tutto “facilitando” il cammino verso il successo? Siamo sicuri che i suddetti sarebbero stati coltivati, prodotti e protetti, da un calcio che da quasi 25 anni, Pirlo a parte, ha dimenticato come si formino fuoriclasse e come tutelare il talento squisitamente più puro? E, altresì, accantonarlo a favore di logiche “strutturali” più favorevoli ad una fisicità “indispensabile”?

“Meglio se corre la palla, lei non suda” ha detto qualcuno la cui qualità futbolistica pura è stata probabilmente seconda solo alle irraggiungibili e non più replicabili vette di Diego. Imporre, decidere, dominare, direzionare, obnubilare l’avversario facendolo correre a vuoto per poi punire con i giusti tempi nei giusti pertugi, col giusto dosaggio, col docile tocco, con sublimi carezze. Ma no, che tipo di arte è mai questa. Tiki-taka ai posteri? Non scherziamo. Senza centravanti, senza randellate, senza distruggere nessuno, edificando e costruendo, annoiando il pubblico, come solo Rinus Michels e Arrigo Sacchi. Senza Ibrahimovic e con Pedro e Villa, senza alcun centravanti, con Fabregas falso nueve, con talvolta sei centrocampisti. Colpevole. Di essere copiato in ritardo. Di voler essere emulato senza presupposti. Questa è l’unica colpa di Pep. Che lascia tutti dietro di sé, alla stregua di De Andrè che in “Quello che non ho” accenna alla volontà di possedere “un orologio avanti,per correre più in fretta e avervi più distanti”.

È lo spaziotempo di Guardiola. Che si evolve mentre gli altri cercano di imitarlo. Bayern e poi City per raggiungere i 40 titoli in carriera e tallonare Ferguson. Con terzini in costruzione, centravanti veri, verticalità con possesso e possesso con imbucate da dominio scientifico del terreno di gioco, innovazioni sottilmente intellettuali, interpretazioni di ruoli e funzioni, Champions illogicamente solo sfiorate (vedasi le due reti subìte dal Madrid nel recupero della semifinale di ritorno del ’22 differentemente sin lì dominata) e poi agguantate (’23). Il calcio sarebbe stato rovinato da chi in 17 anni di carriera ha sciorinato così tanti concetti da dimostrare un’elasticità avveniristica e assolutamente non immaginabile a priori.

Che non è stata quella, differentemente, di chi vuole ridimensionarne l’impatto pressoché unico nel calcio di sempre, ovvero quella di chi ogni volta ha scelto e sceglie modalità diverse di subìre l’altrui propensione alla bellezza e alla genialità. Sei Premier messe in bacheca negli ultimi sette anni, nel torneo attualmente dal livello più alto al mondo, la cui competitività è tale da rischiare di restare fuori dalle coppe anche se favoriti per il titolo. Un percorso mostruoso ed inimitabile, costellato di millanta accortezze umane e tattiche, foriero di sconfinati spazi e spunti, inconcepibile per i più.

E ai più cosa resta? La principale fra le pecche umane. L’assenza di elitismo platonico, ovvero riconoscere la grandezza altrui cui affidarsi non per meriti derivanti da becere classificazioni di casta ma per avvenuta constatazione di indiscussa supremazia al fin di dirigere società e civiltà verso il meglio ed il bene comune.

Colpevole di aver rovinato il calcio. Presuntuoso. Arrogante al punto tale da perdere quando avrebbe potuto ulteriormente vincere (pensa un po’). Un Napoleone senza Waterloo e la seconda guerra mondiale senza Stalingrado. Strano modo di vedere le cose. E poi, da parte di chi? Da parte di chi ha allenato Baresi, Maldini, Van Basten, Gullit, Rijkaard, Savicevic, Papin, Boban, Albertini, Desailly, Weah, Baggio, ereditando probabilmente la squadra di club più grande di sempre (almeno sino a quel momento, assieme all’Ajax della rivoluzione totale).

Facile come con Messi, Xavi e Iniesta, dunque. O magari ancora più semplice, considerando l’enorme distacco rispetto alla concorrenza in quel momento in campo continentale, decisamente più elevato rispetto alla modernità che bene o male consegna ai nastri di partenza ogni anno almeno sei o sette candidate autorevoli alla vittoria della Champions (che all’epoca di “Don Fabio” annoverava esclusivamente una sola pretendente per nazione, la detentrice del titolo del Paese d’appartenenza). Facile. Più facile. Eppure, il Marsiglia e l’Ajax dei diciottenni narrano di trofei sollevati al cospetto di chi il calcio lo avrebbe, da contraltare aristotelico, esaltato con “pragmatismo”.

Un pragmatismo che, però,  la storia narra non aver attecchito con Bogarde, Kluivert e  Davids, eppur proprio dinanzi a lui campioni tre anni prima, con altresì ancora Maldini, Albertini, Costacurta, Desailly, Weah, Savicevic. Decimo posto in Serie A. Ma c’è lo scudetto a Roma, rivestito di un alone sensazionale poiché vinto nella capitale: Cafu, Samuel, Aldair, Candela, Emerson, Totti, Batistuta, Montella, Delvecchio, Balbo, Nakata. Non proprio un miracolo. Con il centravanti della nazionale a far da riserva al centravanti più forte del mondo con alle spalle un mancato pallone d’oro . E poi la Juve: Buffon, Zambrotta, Thuram, Cannavaro, Chiellini; Camoranesi, Emerson, Vieira, Nedved; Trezeguet, Ibrahimovic. E Del Piero. Un “dream team” condotto “nientepopoodimenoche” a due quarti di finale di Champions League. E il tutto senza rovinare il calcio.

E ancora l’Inghilterra: eliminata agli ottavi (dopo il secondo posto nel girone alle spalle degli Stati Uniti) nella rassegna iridata del 2010, vinta dalla formazione costituita da chi veniva allenato per rovinare il calcio. L’esempio da seguire?  Beh, ci mancherebbe altro: tal Massimiliano da Livorno, esempio di minimalismo, pressapochismo, “semplicità” applicata al calcio, fautore di una così strenua capacità di annientare velleità di sopraffazione, accanito assertore della distruzione al punto tale da riconoscergli un contributo enorme alla mancata “rovina” del calcio, visto che a suo modo contribuisce ad evidenziare chi a calcio vuole giocare.

Perché lui è dall’altra parte, non può rovinare. Senza fare calcio come si può rovinarlo? Dalla parte di chi il calcio non lo rovina perché in fondo parte dall’assunto incontrovertibile di limitare, se non annientare, l’espressione e la convinzione dei propri uomini, decostituirne la tensione emotiva verso la ricerca di quelle prestazioni che aiutano ad innalzare il proprio potenziale senza il rischio perenne di restare inferiori a sé stessi, predicare continuamente calma, sottolineare che lo spettacolo è da ricercare al circo poiché acerrimo nemico del risultato.

Per non rovinare il calcio bisogna essere anacronistici, mai evoluti, assenti nelle idee, oppositori della grandezza derivante dal coraggio e dalla bellezza, speculare anche con la provinciale in casa decidendo di subìre preliminarmente ogni incontro perché differentemente significherebbe prepararlo e occorrerebbe uno sforzo immane nella formulazione di un’identità (che non sia difendere la porta negli ultimi 25 metri) e di un piano gara mirato, nutrirsi dell’unica e sola volontà di vincere che è agli antipodi di tutto ciò che è costruire una mentalità vincente,  trascorrere casualmente un paio d’ore calpestando l’erba di un terreno di gioco caratterizzato da due porte alle estremità, una da violare (non si sa però come) e una da proteggere con fasce sanguinanti in fronte subendo l’assedio, alla stregua di un’altra figura (Chiellini) che si è scagliata contro la rovina del calcio additandolo di aver ucciso i difensori.

Perché in fondo il calcio è semplice, ce lo ha insegnato anche Conceição. Più semplice di non giocarlo, volete mettere? Così non si rovina. Bisogna riconoscere una certa coerenza alla dirigenza del Milan, capacissima di individuare il degno successore dell’attuale allenatore, oserei dire il volto massimale della “semplicità”. Quale identità e quale mentalità dovrebbe avere una squadra a cui verrà solo insegnato a non essere dominante, a comportarsi come la peggiore delle provinciali, quale DNA storico dovrebbe conservare chi ha sempre distrutto la grandezza per un becero qualunquismo e minimalismo? 

Basterebbe capire che speculare disabitua la squadra ad essere consapevole delle proprie possibilità: oltre a perdere tempistiche fondamentali nella qualità del gioco, nello sviluppo della manovra, nella circolazione di palla, questo perenne atteggiamento minimalista non rende la squadra consapevole dei propri apici, i calciatori hanno bisogno di constatare la sensazione di poter essere competitivi, di vivere il calcio nell’esaltazione e nella gioia.

Sciocco voler sminuire i problemi, deridere un approccio alla disciplina più dettagliato: il calcio degli ultimi anni, e soprattutto di coloro che hanno vinto, ha dimostrato di lasciar poco spazio al qualunquismo e di essere ben più complesso di quanto alcuni lascino intendere. Ma, in fondo, è tutta colpa di Guardiola.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

8 risposte

  1. Il contenuto di questo articolo e’ senza dubbio di livello altissimo, paragonabile alle ” opere d’arte ” di Gianni Brera.
    Mi permetto pero’ di evidenziare che Guardiola e il Guardiolismo, sul piano squisitamente ontologico si sono incaricati, fra ossessione e delirio, di porsi abusivamente al centro del palcoscenico oscurando la purezza del talento individuale e della sublime bellezza irrazionale di questo sport, sostituendola altrettanto abusivamente con il dogma che vede il calcio, nel momento situazionale, come una sequenza di eventi logico-
    razionali tutti orchestrati dal condottiero.
    E’ in questo il limite invalicabile di questo allenatore.
    L’attore e’ il calciatore, punto!
    Il Guardiolismo i danni li ha fatti a vasto raggio. Ha persino indotto le federazioni a obbligare i bambini di 8 anni a costruire dal basso, una mostruosita’ inarrivabile, sconfinata; i bambini di 8 anni dovrebbero giocare a calcio senza la presenza degli adulti e nella liberta’ piu’ piena e assoluta.

    1. Buongiorno Nicola, mi permetta di dissentire dalla sua interpretazione. Al contrario di quanto asserisce l’individualità è stata esaltata. Non c’è orchestrazione, anzi, direi che i giocatori si muovano secondo una combo-jazz, non seguendo schemi preordinati ma per comprensione e interpretazione.Le mostruosità nel calcio giovanile vanno ricercate in altri contesti. La presenza degli adulti è necessaria per accompagnare i bambini e metterli nelle condizioni di apprendere, senza la presunzione di insegnare, questo si.Sulla costruzione dal basso, se ha voglia e tempo, nel blog vi sono diversi articoli (pro e contro) in cui se ne parla.
      Grazie per il suo contributo e buona giornata.

  2. Mi permetto garbatamente un’ulteriore e ultima replica.
    Trascuro il Guardiolismo che e’ finalmente sul viale del tramonto per soffermmarmi su un punto a me molto caro e da lei sfiorato, quando, riferito ai bambini, scrive: “senza la presunzione di insegnare “.
    Potremmo disquisirne chissa’ per quanto tempo facendoci portare per mano dai piu’ moderni principi delle neuroscienze, della psicologia in eta’ evolutiva e della piu’ evoluta pedagogia a patto di porre al primo punto un paletto invalicabile: IL CALCIO NON SI INSEGNA.
    Grazie per la cortese ospitalita’.

    1. La ringrazio profondamente per aver collocato il pezzo, in termini di qualità contenutistica, nell’ipotetica stessa categoria d’appartenenza delle opere,linguistiche e sportive, partorite dall’inimitabile penna di uno dei più grandi giornalisti della storia del nostro Paese. Capisco cosa Lei voglia sostenere quando fa riferimento a ciò che nel corso degli anni è stato a mio avviso maldestramente accostato alla produzione intellettuale dei cosiddetti “giochisti”: lungi dal voler assopire o disintegrare il talento individuale e l’istinto primordiale quasi geneticamente intriso nel patrimonio di un campione o di un fuoriclasse, cotali guide tecniche cercano di far sì che il calciatore venga posto nelle migliori condizioni possibili di esprimere, per l’appunto, il proprio talento, sia esso difensivo o da contraltare offensivo. Il calcio è molto complesso, per infiniti fattori:umani, sociologici, comportamentali, tattici, tecnici, metodologici, aziendali, ambientali. Vi sono stati nel corso della storia molti elementi che addirittura hanno necessitato di esprimersi in alcune piazze anziché in altre per assaporare le condizioni atmosferiche adeguate volte ad esaltarne enfasi ed intimità espressiva, or dunque idonee a far sì che il potenziale venisse espresso (giusto per farle un esempio che parrebbe secondario rispetto ai suddetti altri fattori che sottintendono variabili infinite probabilmente più decisive). Il calcio, purtroppo o per fortuna, va insegnato come qualsiasi altra disciplina, è inevitabile: ciò che viene insegnato non è il colpo individuale (inteso nell’ottica di una conclusione a giro sotto l’incrocio per esempio, differentemente altri “colpi” sottoforma di “interventi” vanno necessariamente elargiti…va da sé che anche nel calciare possono essere migliorate postura, precisione nell’appoggio del piede e altro…) ma saper stare in un campo di 105 metri di lunghezza e 68 di larghezza svolgendo funzioni, compiti e ruoli in un collettivo di 11 persone e affrontandone altre 11. Il calcio è una materia da studiare e imparare ed è paradossale credere che chi maggiormente attua l’esercizio dello studio e della creazione sia additato quale “colpevole” di “distruggere” il talento di un giocatore. Nessun allenatore pretende scientificamente un passaggio, bensì offre più soluzioni all’interpretazione del calciatore che, invece, perde la possibilità di esprimersi se non ha a disposizione un ventaglio di soluzioni favorite da linee di passaggio plurime e da una migliore occupazione degli spazi, specie nei movimenti senza palla. Il pallone non viaggia e circola in virtù del talento, differentemente a calcio potrebbero giocare esclusivamente 50 persone al mondo:la più grande sciocchezza è ritenere il calcio”semplice” , chi lo sostiene vuole circondarsi di un alone inspiegabile di saggezza che è un ossimoro in sé e per sé. Guarda caso a sostenerlo sono sempre guide tecniche la cui espressione in campo è approssimativa se non del tutto nulla o controproducente ( tranne quando la squadra è composta da campioni e fuoriclasse in ogni ruolo). E potrei dilungarmi all’infinito. Grazie per gli stimoli che ha portato nel blog e La invito a leggerci con continuità, è il benvenuto.

      1. Il problema e’ di natura epistemica e a maggior ragione epistemologica ed anche di organizzazione del pensiero, una volta transitati dalle due precedenti vie; mi spiego.
        Guardiola insiste sulla necessita’ di aiutare il calciatore e quindi anche il fuoriclasse nel prendere decisioni in un contesto d’assieme, di squadra, di collettivo, di gara, dove suo malgrado, ” orbitano ” anche 11 avversari i cui obiettivi sono perfettamente contrapposti.
        Dobbiamo ora considerare che il calcio dei nostri giorni vive su intensita’ e densita’, mai sperimentate in precedenza.
        Dobbiamo relazionare questo ambito empirico-esperenziale, forse piu’ pratico-sistematico con le sttaordinarie evoluzioni delle
        scoperte nell’ambito delle neuroscienze.
        Ne cito due, ma ne potrei citare molte altre.
        La prima che e’ addirittura dei nostri giorni stabilisce che in ambito cognitivo-cosciente-consapevole il nostro cervello assume decisioni elaborando i flussi informazionali a circa 10 bit al secondo e cioe’ e’ incredibilmente lento.
        La seconda stabilisce che, contrariamente alle false credenze del passato, il nostro cervello non e’ un sistema deputato, unicamente, a percepire
        ( elaborare ) i flussi informazionali provenienti dall’ambito sensoriale per approntare le risposte
        comportamentali o motorie ma un sistema sincronizzato, che fuori e lontano dalle evocazioni comportamentali, quindi a riposo, svolge la sua piu’ imponente attivita’ definita spontanea, di natura generativa, non affiorante alla coscienza, in virtu’ della quale simula rappresentazioni predittive e anticipatorie ( sul piano implicito-procedurale e non esplicito dichiarativo ) dell’ambiente vissuto e da vivere, al fine di trovare, fuori da ogni via cognitiva, le migliori soluzioni. E’ in pratica una sorta di meravigliosa progressione filogenetica.
        Cio’ induce a ritenere che Guardiola sia completamente fuori strada nel suo affannoso, ostinato, delirante e pernicioso tentativo di affollare il cervello dei calciatori con un imponente e non ricevibile flusso informazionale, assurdamente e inutilmente cognitivizzante.
        Questo perche’ il calciatore di elite, il fuoriclasse, nelle situazioni decisive di gioco deve e sottolineo, deve operare sotto coscienza, spesso, con tempi di ” trasduzione del segnale ” che vanno sotto i cento millisecondi.
        Quali decisioni puo’ mai assumere? E’ ridicolo solo pensarlo.
        D’altronde, non si spiegano diversamente le ” tonnellate ” di litigi furibondi fra Guardiola e i suoi calciatori che ovviamente vengono
        ( giustamente ) secretati nella sacralita’ delle cose di spogliatoio.

        1. Bungiorno Nicola,ti ringrazio per il tuo contributo che fa riferimento agli studi delle neuroscienze. Parlai in proposito con il Prof.Corrado Sinigaglia componente dello staff del Prof Rizzolatti. Mi spiegò gli esperimenti fatti in laboratorio che erano giunti alle conclusioni che, mi scuso per la mia ignoranza, portavano indicativamente a quanto hai espresso nel tuo intervento. Allo stesso tempo però il Prof sollevava dubbi rispetto alla trasposizione in campo di quanto definito tramite gli esperimenti. Manca tutta la parte emotiva che il laboratorio, credo, non possa proporre. Ripeto, non ho le tue competenze e pur riconoscendo il valore delle neuroscienze ed il contributo sul tema dell’apprendimento, prenderei le distanze dal definire ridicola la richiesta di Guardiola e attribuirle la causa di presunti litigi furibondi nello spogliatoio.
          Ancora grazie e buona giornata.

        2. Signor Nicola, pur nella Sua inconfutabile cultura e qualità di pensiero, Lei commette secondo me l’errore di considerare quasi come sfera univoca, a sé stante, un singolo calciatore, nello specifico quello di maggior talento, estraendolo dal contesto: non è possibile, come lei sottende, “prevedere” ogni giocata, differentemente basterebbe allenarsi senza preoccuparsi di dover affrontare un avversario. Nessuno staff tecnico può chiedere al giocatore quando, come e dove esercitare, mi verrebbe da dire a questo punto, la sua funzione da automa. Ciò che si indirizza è la struttura e la sovrastruttura, il modo ( che sia posizionale, relazionale) di effettuare le due fasi, insomma tutto ciò che ha a che fare con la squadra in quanto entità complessiva costituita da uomini e reparti. Tutto è finalizzato ad esaltare il talento in ultima istanza e tutti gli allenatori si affidano ai giocatori più forti per puntare a vincere.

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