Fin dai tempi dei miei brevi e frammentati studi scolastici della Filosofia, ho sempre considerato la famosa massima “La Storia è un corso e ricorso, si ripete”, di Giambattista Vico, molto utile anche per capire il mondo del Calcio. La narrativa sportiva, in fondo, avvalora questa mia idea: non è forse usuale parlare di “cicli” quando si indicano dei periodi, più o meno lunghi, delle storie dei vari club? Ovviamente, come raccomandano sempre gli storici, bisogna saper contestualizzare, e quindi leggere i fatti cogliendo le loro difformi somiglianze.
Anche analizzando l’attualità del mondo rossonero, realtà angosciata dalle voci che si susseguono sulla scelte dei nuovi direttore sportivo e allenatore, proverò ad affidarmi alla Storia per formulare una mia proposta ideale.
La vicenda della scelta del tecnico ha visto la tifoseria, e gli addetti ai lavori, dividersi in due fazioni: quella dei “risultatisti”, ovvero le persone che sognano un tecnico che antepone la vittoria a prescindere dal bel gioco, e quella dei “giochisti”, coloro i quali esigono anche la bellezza dal gioco oltre al risultato. Questa diatriba ha visto contrapporsi, addirittura, due grandi ex della Storia rossonera: Fabio Capello, garante dei guelfi risultatisti, e Arrigo Sacchi, paladino dei ghibellini giochisti.
Lo scontro sopracitato, in verità, ricorda molto da vicino le polemiche del calcio anni Settanta, che vedeva contrapposti i tradizionalisti, fedeli al Catenaccio, e gli zonisti, fautori del gioco a zona perché folgorati dall’Olanda di Michels e Cruijff. Questo scontro arrivò anche all’interno delle mura di Milanello, più precisamente nella lontana estate del 1976, periodo in cui si concluse la battaglia tra Rivera e il presidente Buticchi, con il Golden Boy vincitore sul dirigente spezzino.
Il capitano rossonero riuscì a fare piazza pulita: impose come nuovo proprietario il sessantenne imprenditore Vittorio Duina e come direttore sportivo Sandro Vitali. Evito, a questo punto, di soffermarmi sugli evidenti punti di contatto tra la famosa scalata di Rivera, contro Buticchi, e il presunto ritorno di Maldini, con alle spalle una cordata saudita, essendo la seconda ancora una voce poco confermata da fatti concreti. Ritornando al Settantasei, Duina decise di affidare la panchina rossonera ad un giovane tecnico affermatosi prima a Como, a suon di promozioni, e poi, all’esordio in A, col Cesena, portato addirittura alle competizioni europee: Giuseppe Marchioro. Quali erano i punti di forza del tecnico meneghino? Un gioco spettacolare: basato sulla zona pura, fatto di gran movimento e su una efficace organizzazione collettiva, molto vicino al calcio proposto da Rinus Michels, e un passato da calciatore casciavit, essendosi formato nelle giovanili rossonere.
Le prime dichiarazioni di intenti del tecnico milanese, precisamente nativo di Affori, trasudano di quella filosofia rossonera di fine anni Settanta : «voglio un Milan socialista, nel senso sportivo e agonistico. Non mi piacciono le squadre anarchiche, sperequate, esigo il gioco collettivo e la collaborazione». Il mercato estivo di Vitali fu molto dispendioso: 200 milioni più il cartellino di Benetti per prendere Capello dalla Juve, il ribelle Chiarugi finisce a Napoli con 250 milioni per portare a Milano l’ala Braglia e il mediano Morini. Fallito l’esperimento estivo di portare Aldo Maldera dal ruolo di terzino alla posizione di interno, Marchioro disegnò il Milan con: Albertosi in porta, Sabadini, Bet, Turone e Maldera nella linea difensiva a zona, a centrocampo Biasiolo, Capello, Rivera e Bigon con Silva e Calloni di punta. Nonostante la vittoria inaugurale a Perugia, al squadra non decolla ma anzi crolla arrivando a vincere la seconda partita solo a gennaio, con la Lazio. A conti fatti gli errori tattici del giovane tecnico furono molteplici: Bet e Turone, non rapidissimi, fecero fatica a recepire i nuovi sincronismi previsti dalla zona. A centrocampo Capello, tormentato da diversi infortuni, e Rivera mostrarono un passo troppo lento per non venir sopraffatti nel cuore del centrocampo. In avanti la carenza di qualità e di doti realizzative chiusero il cerchio dell’impotenza, con Calloni in grande difficoltà, visto anche l’addio a Chiarugi, e Silva sostanzialmente troppo acerbo per un palcoscenico come San Siro.
Nonostante ciò Marchioro arrivò a mangiare il panettone, smentendo gli aruspici che gli vaticinavano un Natale lontano da Milano, ma l’ambiente è scontento. Il presidente Duina non riesce a fare quadrato per sostenere il tecnico, anzi, come riportò Alberto Zardin su un articolo della Gazzetta, arriverà a chiedergli di elencare i nomi dei calciatori “parassiti”o di mettere per iscritto la motivazione della sua mancata collaborazione. L’atteggiamento del massimo dirigente appariva più improntato alla ricerca di una autoassoluzione da ogni responsabilità del fallimento sportivo, che interessato a preservare il progetto tecnico avallato in estate.
Il 6 febbraio fu fatale al tecnico di Affori: dopo lo scialbo pareggio casalingo, ironia della sorte, proprio con il Cesena a San Siro viene esonerato, non prima di rifiutare il commissariamento di Rocco nelle vesti di D.T. Duina e Vitali decisero di affidare la guida all’ex super consulente Nereo Rocco, più volte critico con le idee innovative del predecessore, che subito proclamò: «Da oggi niente zona: si gioca a calcio». I risultati, in realtà, non migliorarono e il Milan terminò decimo, dopo aver a lungo accarezzato la zona retrocessione, togliendosi, tuttavia, la soddisfazione di vincere la Coppa Italia in finale contro l’Inter.
Quali furono le ragioni del fallimento di Marchioro? Come ammetterà più tardi il protagonista: «Ero molto giovane, volevo fare il precursore. Al Milan c’era stato Rocco e io pretesi di fare la rivoluzione e di adottare la zona quando i tempi evidentemente non erano ancora maturi. Avrei dovuto prima costruirmi una credibilità presso i giocatori. La squadra non andava nemmeno male, ma i dirigenti non vollero darmi tempo. ». Insomma: l’inesperienza, in sostanza, lo porterà a tentare di infilare a forza, a prescindere dalle loro caratteristiche, i propri calciatori nell’imbuto del suo credo tattico, senza avere da parte di questi nemmeno la necessaria fiducia. A questi errori si aggiunse, poi, una dirigenza inesperta che non appoggiò con fiducia Marchioro, anzi lo delegittimò con proposte bislacche e lo scaricò, infine, senza troppi complimenti.
Se, miei cari lettori, state avendo una strana sensazione di deja vù vi invito a non preoccuparvi, l’esperienza di Marchioro presenta, effettivamente, tanti tristi punti di contatto con la recente storia rossonera di Paulo Fonseca.
Nonostante la sventurata esperienza zonista di Marchioro, dopo una nuova rivoluzione societaria che porterà Felice Colombo alla presidenza, il Milan nell’estate 1977 ripartirà da Nils Liedholm, già ex glorioso capitano rossonero e giovane tecnico vicino alle idee della zona.
Lo svedese fu però un tecnico molto carismatico, abilissimo nel carpire la disponibilità dei suoi atleti per portare avanti le sue idee, oltre che un sottile diplomatico, capace quindi di lavorare al suo progetto tattico senza dargli eccessiva risonanza. Liedholm rinunciò alla zona pura e adattò il suo credo in base al materiale a disposizione: rispetto a Marchioro posizionò lo stopper Bet come unico difensore fisso, col diciottenne Baresi a fare il libero e primo costruttore di gioco, davanti alla difesa. Ai lati Collovati fungeva da terzino difensivo bloccato mentre Maldera era il terzino fluidificante, con licenza di segnare addirittura 9 reti. In mediana lo svedese non esitò a posizionare De Vecchi davanti alla difesa, con Buriani a coprire gli spazi lasciati dalle tre mezzali: il “brasiliano” Novellino, Bigon (o Rivera) e Antonelli in appoggio all’unica punta Chiodi. Dopo una prima stagione positiva, il progetto Liedholm culminerà nella stagionesuccessiva, quella 1978/79, con il conseguimento dello Scudetto della Stella. Un risultato finale considerato impossibile, sulla carta, soprattutto per la mancanza di un reparto offensivo adeguato, tuttavia mascherato perfettamente dal gioco proposto dallo svedese.
Il lungo inseguimento alla Stella rossonera alla fine terminò con un tecnico zonista o, per usare una categoria attuale, “giochista”, abilissimo nel trovare il giusto compromesso tra l’aspetto platonico, più attinente alle idee di gioco, del mestiere di allenatore e quello aristotelico, più vicino alla realtà oggettiva della situazione.
Seguendo la massima ciceroniana: Historiae magistra vitae, possiamo concludere dicendo che le travagliate esperienze di fine anni Settanta ci suggeriscono, ritornando ai giorni nostri, una prima caratteristica essenziale che il futuro tecnico rossonero dovrà avere: il pragmatismo. Il realismo, che difettò al giovane Marchioro, è essenziale per studiare un sistema di gioco congeniale al materiale tecnico – atletico già a disposizione. In sostanza credo sia inutile e dannoso, nell’immediato, tentare esperimenti tattici idealistici, come fu lo spostamento tentato da Marchioro di Maldera in mediana, ma è piuttosto preferibile esaltare le caratteristiche intrinseche degli uomini a disposizione, come fece Liedholm con lo stesso terzino fludificante milanese esaltandone la sua indole offensiva. La situazione attuale del Milan richiede, inoltre, un allenatore che sia “uomo dalle spalle larghe”, alla Liedholm insomma, in grado di lavorare da solo, senza la costante legittimazione e presenza della dirigenza, e capace di captare la piena disponibilità dei calciatori rossoneri, evitando lotte intestine o ammutinamenti. Quindi chi scegliere tra “giochista” o “risultatista”? Personalmente opto per un “buonsensista”, come Nils Liedholm o come uno dei suo allievi più famosi … Carlo Ancelotti.

BIO: Stefano Terranova, nato a Policoro (Mt) 37 anni, insegnante di Storia e Storia dell’Arte. Seguo il calcio per passione, convinto che dietro un pallone che rotola c’è sempre una storia interessante da raccontare, dietro un gesto tecnico un pò si sprezzatura da ammirare.
Una risposta
I miei complimenti Stefano! condivido tutto il tuo esaustivo ed analitico articolo. Il finale poi è da stropicciarsi gli occhi se tornasse Re Carletto!
Credo fortemente nell’asssioma storico di Giambattista Vico e se ritornasse a boomerang quel bel pezzo di storia scritto con Ancelotti il Milan tornerebbe veramente a gran voce a far parlare di sé stesso e del Calcio con la “C” maiuscola!
Un caro abbraccio.
Massimo 48