FOTO COPERTINA DA MILAN NEWS 24
Il calcio si nutre di contraddizioni: è così che l’estro sublime può convivere con l’inconcludenza, e il genio con la pigrizia. Rafael Leão e Theo Hernandez sono l’incarnazione di questo ossimoro sportivo: talenti sconfinati, gambe lunghe e rapide come il vento, ma spesso inerti, quasi svogliate, come se la grandezza fosse un fastidio e non una vocazione.
A Napoli, nella sfida con i partenopei di Antonio Conte, si è rivisto un lampo di orgoglio, un rigurgito d’ambizione che, pur non sovvertendo il fato di una sconfitta annunciata, ha almeno riscaldato il cuore di chi ricorda cosa potrebbero essere questi due cavalli di razza se solo lo volessero davvero. Il Milan è uscito battuto, 2-1, l’ennesima sconfitta di una stagione scialba e disgraziata, che vede i rossoneri malinconicamente naufragare in un anonimo nono posto. Eppure, per qualche minuto, Leão e Theo hanno risvegliato fantasmi di un passato migliore.
Il primo tempo è stato il manifesto del declino milanista: squadra molle, priva di mordente, dominata in lungo e in largo da un Napoli compatto, aggressivo, padrone del campo e delle idee. João Félix, il portoghese voluto come uomo del cambio di passo, si è perso nei suoi arabeschi senza costrutto, abulico e svagato come un turista stanco. Il Milan del primo tempo di Napoli è sembrato peggiore rispetto a quello di Fonseca: una compagine senza anima, senza grinta, senza uomini in grado di prendersi la responsabilità di una giocata decisiva quando il livello della contesa sale. Tutti mesti figuranti di un dramma già scritto.
Poi, nella ripresa, è entrato Leão. E con lui, la partita ha preso ben altra piega. Dopo la partita, l’allenatore Sergio Conceição ha affrontato i microfoni. Ha parlato di una giornata nera, di assenze pesanti come quella di Ruben Loftus-Cheek, operato d’urgenza per appendicite, e di Malick Thiaw, fermato da problemi intestinali. Leão, secondo il tecnico, avrebbe accusato un fastidio alla coscia dopo gli impegni con la nazionale. Ma le parole di Conceição sembrano intrecciarsi in un labirinto di contraddizioni: da un lato ha giustificato l’esclusione per motivi fisici, dall’altro ha ammesso di aver preparato la partita senza considerare l’ex Lille tra i titolari. Un rebus che alimenta ulteriormente il dibattito tra tifosi e addetti ai lavori.
Il portoghese, fino a questo punto della stagione, è stato lo spettro di sé stesso: un talento che si accende a intermittenza. Come il suo gemello calcistico sulla sinistra, Theo Hernandez, anche lui spesso svogliato, quasi infastidito dal dover dare il massimo. Con entrambi relegati in panchina per lunghi tratti dell’annata, non è un caso che il Milan sia precipitato in questa desolazione sportiva. Eppure, per qualche istante al “Maradona”, si è visto un barlume di quella forza che avrebbe potuto e dovuto fare la differenza per tutta la stagione.
Leão semina il panico, dribbla, corre, inventa, innesca il passaggio. Theo lo segue, risale la fascia come un cavallo lanciato al galoppo e crea superiorità. Il Napoli vacilla. Non cade, ma per la prima volta nella partita è costretto a temere. Ed è proprio qui che sta la rabbia: se questi due avessero messo anche solo la metà di questa voglia nelle partite precedenti, dove sarebbe oggi il Milan? Sicuramente non a leccarsi le ferite di un campionato fallimentare.
Si dice che il calcio sia questione di centimetri, ma è anche e soprattutto una questione di volontà. La differenza tra un campione e un eterno incompiuto è il desiderio di vincere, la fame di successo. Theo e Leão hanno la stoffa per essere protagonisti assoluti, ma troppo spesso si limitano a interpretare ruoli marginali. In una stagione da montagne russe per il Milan, i loro blackout sono stati il simbolo del crollo. I due tecnici portoghesi hanno provato a scuoterli, a mandarli in panchina per farli reagire. Ma il messaggio è rimasto per larghi tratti inascoltato.
Ora la domanda è inevitabile: la reazione di Napoli è solo un fuoco fatuo o può essere il primo segnale di una resurrezione? Il Milan ha bisogno dei suoi talenti, ha bisogno di uomini che abbiano voglia di caricarsi la squadra sulle spalle. In un’annata dove tutto è andato storto, basterebbe un minimo di continuità per ritrovare almeno l’onore.
E se Theo e Leão troveranno la voglia di giocare con la stessa foga con cui hanno illuminato la ripresa del “Maradona”, allora il Milan potrà almeno sperare in un futuro recente meno amaro. In fondo i rossoneri hanno già vinto un trofeo in stagione e sono in lizza per conquistarne un altro. In caso contrario, rimarranno solo il rimpianto e la rabbia per ciò che avrebbero potuto essere e non sono stati.
Il momento di Theo Hernandez e Rafael Leão al Milan è come un pendolo che oscilla tra la frustrazione per le occasioni mancate e l’orgoglio per i lampi di genio che, seppur fugaci, illuminano il cammino. È il ritratto di due calciatori in cerca del proprio spazio, di un equilibrio tra libertà espressiva e rigore tattico. Il pubblico rossonero osserva, spera, si arrabbia, si esalta (in verità molto poco in questo periodo). Il pallone non aspetta tantomeno la storia. Il tempo delle promesse è finito, ora è il momento di scegliere chi si vuole essere.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.
Una risposta
Complimenti per il bell’articolo Vincenzo! Hai ben descritto due campioni “a sprazzi” che se avessero continuità sarebbero in lizza per il Pallone d’oro!
Buona serata.
Massimo 48