Quando Il maledetto United esordì nelle sale inglesi, ovvero a fine marzo 2009, il regista Tom Hooper era da noi un illustre sconosciuto. Sarebbe diventato una celebrità soltanto un paio di anni dopo, con Il discorso del re: troppo tardi per distribuire come sarebbe stato opportuno il suo gioiellino calcistico, prima più volte rimandato e poi, esclusa la sala, relegato a una poco gloriosa uscita in dvd. In questo senso, per fortuna che esistono le piattaforme.
La storia è piuttosto nota, perché la raccontarono le cronache dell’epoca e perché l’ha narrata, prendendosi diverse, sostanziali libertà, il romanzo omonimo di David Peace, uscito pochi anni prima: l’arrivo fulmineo e l’altrettanta fulminea cacciata di Brian Clough dal Leeds, vero e proprio tritacarne per l’allenatore di Middlesbrough.
Gli inglesi sono ossessionati da Shakespeare e c’è da capirli, dato che proprio il Bardo incarna il mito dell’uomo – il Rinascimento inglese è di matrice teatrale – e di un certo modo di raccontare l’umanità. Dunque il Clough di Hooper, impersonato dal teatralissimo (per formazione e vocazione) Michael Sheen, è senza dubbio un personaggio che prende spunto dalla realtà per elevarsi – o abbassarsi, tanto è lo stesso – al rango del sovrano di un dramma storico. Come Riccardo parte dal presupposto di vantare un credito sulla natura, come Enrico comprende il valore della fratellanza (solo dopo averla rinnegata, allontanando l’amico e collaboratore, Thomas Taylor). Il Clough cinematografico soffre, allo stesso tempo, di manie di grandezza – la cavalcata del Derby County è la sua grande battaglia, vinta sul campo e senza barare, atteggiamento che imputava al detestato Don Revie e ai suoi Whites – e di una preoccupante tendenza all’autodistruzione.
Le due istanze, messe insieme, sono, si può ben capire, deflagranti: per questo Brian, già sulla panchina del Brighton (su questo il film racconta una versione non del tutto corrispondente al vero) decide di accettare il ruolo che era stato di Revie – sì, proprio lui – nel frattempo cooptato dalla nazionale inglese, reduce da una serie di fallimenti sportivi.
Il film sceglie, in modo intelligente, di raccontare l’ascesa, nonché l’ambizione che la sottende, e la caduta, tanto più rovinosa quanto più è alta la vetta dalla quale si precipita. Il resto, ovvero la gloria di Clough, che arriverà in seguito, con il Nottingham Forest, resta un accenno da didascalia finale. Perché non è quello il punto. Il punto è che non è il Leeds a essere damned, ma l’approccio del genio sregolato, tanto al calcio quanto alla vita. Il fulcro del film è che “The fault, dear Brutus, is not in our stars, but in ourselves, that we are underlings” (“La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi, se siamo degli schiavi”); una schiavitù che, nel caso di Brian Clough, è dall’idea che si vuol dare di sé stessi. C’è una bella scena, forse la più bella di tutto il film: il manager ha così tanta paura di perdere una partita che, invece di vederla dal campo, come il suo ruolo comporterebbe, la osserva attraverso il vetro zigrinato che, dagli spogliatoi, mostra i piedi, e dunque le reazioni, dei tifosi in tribuna. Sembrano i negativi di una pellicola: non la realtà, ma una sua riproduzione rarefatta.
Mi è tornato in mente questo lavoro di Hooper perché sembra che anche oggigiorno il Leeds, che milita in seconda divisione, sia soggetto a quale strano sortilegio. Ne ha parlato il Guardian, in un articolo recente, sottolineandone la parabola discendente: sedici vittorie consecutive – vittorie di carattere e di qualità, grazie anche a una rosa che in pochi possono vantare – saldo in testa alla Championship e quindi in predicato di poter tornare finalmente nell’agognata Premier League. E poi… il baratro. Una sola vittoria nelle successive cinque partite e il pareggio agguantato dagli avversari dello Swansea a pochi minuti dal fischio finale. Adesso il Leeds è secondo, a pari punti con il Burnley; rischia di dover giocare i playoff: altra maledizione! Li hanno affrontati, nella loro storia, sette volte, senza mai riuscire ad arrivare per loro tramite alla prima divisione.
Questa fragilità nel momento decisivo non è un’esclusiva del Leeds. Anche il Milan, in una situazione per certi versi sovrapponibile, ha mostrato analoga tendenza a crollare quando tutto sembrava apparecchiato per il successo, piccolo o grande, poco rileva. Aveva a disposizione due risultati utili da spendere contro la modesta Dinamo Zagabria per guadagnare gli ottavi diretti in Champions League, per esempio. Sappiamo come è andata a finire. E sappiamo anche come sono andati i playoff.
Come il Leeds, che sta “semplicemente” subendo un calo fisiologico dovuto anche alle iper-prestazioni della prima parte della stagione, il Milan non è stato capace di capitalizzare un buon punteggio in Champions e cade vittima sovente delle proprie insicurezze (oltre che di un assetto tattico indeciso e ballerino).
Don Revie era molto superstizioso (si dice persino che volle far intervenire una cartomante per un rituale anti-malocchio), ma la questione, più che maghi, stregoni e riti scaramantici, deve riguardare i progetti: lo abbiamo detto tante volte. Bisogna dare retta a Cassio: se non è sempre vero che l’uomo è artefice unico del proprio destino, lo è senz’altro il principio senechiano secondo cui “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est” (“Per colui che non sa a quale porto dirigersi, nessun vento è favorevole”).
Arriverà Paratici, forse anche De Zerbi (magari!), ma quello che va ricreato, senza iniezioni ansiogene da parte di chicchessia, è un’identità nuova: nuova, ma senza dimenticare il passato, un futuro con salde radici e non smemorato, insomma.

BIO: ILARIA MAINARDI
Nasco e risiedo a Pisa anche se, per viaggi mentali, mi sento cosmopolita.
Mi nutro da sempre di calcio, grande passione di origine paterna, e di cinema.
Ho pubblicato alcuni volumi di narrativa, anche per bambini, e saggistica. Gli ultimi lavori, in ordine di tempo, sono il romanzo distopico La gestazione degli elefanti, per Les Flaneurs Edizioni, e Milù, la gallina blu, per PubMe – Gli scrittori della porta accanto.
Un sogno (anzi due)? Vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a quattro mani con Quentin Tarantino e una chiacchierata con Pep Guardiola!