Ce n’è uno in panchina che ha vinto una Supercoppa e deve giocarsi la Coppa Italia nella semifinale di ritorno contro l’Inter, nel 5° derby stagionale, ma Sergio Conceiçao sembra avere il destino segnato: troppo deludente il cammino del Milan in campionato per pensare a una conferma nella prossima stagione.
Ad alimentare le altre probabilità di una sua successione, anche le indiscrezioni che si rincorrono circa il reclutamento di un direttore sportivo (finalmente, vien da dire) che di conseguenza porterà a un nuovo tecnico. Oltre ai risultati negativi, sono alcune scelte di Conceiçao che – dall’esterno – risultano difficili da comprendere e semmai da difendere: le panchine di Leao, anzitutto; la fiducia reiterata in Joao Felix; l’alternanza nella coppia di centrali difensivi; la cancellazione di Tomori; la preferenza per Musah anziché Fofana; lo spostamento dei due giocatori di maggior rendimento e continuità, Pulisic da destra al centro, Reijnders da trequartista a mediano. Inoltre non si vede, in tutta franchezza, un’organizzazione di gioco all’altezza.
Credo che nella scelta del tecnico del futuro, vada tracciato un identikit secondo connotati precisi. Esprimere una preferenza sulla base dei gusti o delle simpatie personali, è esercizio da tifoso, o da bar, magari anche da giornalista perché si sa che io e i miei colleghi abbiamo tendenze esattamente come la gente comune, quando si tratta di apprezzare o deprezzare qualcuno. A pelle, purtroppo, e non seguendo tracce, fatti, situazioni oggettive.
La pista italiana non riguarda solo le statistiche, dato che da noi gli scudetti li vincono i connazionali in panchina e non gli stranieri, salvo rarissime eccezioni. E’ piuttosto un discorso di conoscenza, di tradizione, di relazioni. Di preparazione, soprattutto: non può essere un caso che siamo il Paese che esporta più tecnici di qualsiasi altro.
Dunque, il primo problema che viene in mente da Pioli a Fonseca sino a Conceiçao, è la mancanza di carattere, di leadership, di maturità da parte di una squadra che si accende e si spegne come una luminaria di Natale. Si può decidere quindi un condottiero di polso o uno psicologo più mite e riflessivo, incline al dialogo. Per dire, in questa stagione il profilo ideale secondo me sarebbe stato uno alla Ranieri: esperto, navigato, capace di rimettere a posto le cose con semplicità, trasferire calma, ottenere fiducia e seguito.
Antonio Conte potrebbe rompere con il Napoli, non vincendo lo scudetto: non perdona a De Laurentiis gli errori di gennaio, in primis naturalmente la cessione di Kvaratshkelia senza un degno sostituto. Dire che Conte sia solo un sergente di ferro mi pare riduttivo: l’empatia con alcuni dei suoi giocatori, quella pluriennale con Lukaku per esempio, dimostra anche una capacità di relazionarsi umanamente. Vero è però che chi lavora con lui, mentalmente dopo qualche tempo appare stanco perché il professionista è esigente, martellante, quasi ossessivo.
I grandi, bravi direttori dei giornali e delle testate radiotelevisive per cui ho lavorato nella mia vita, erano tutti un clone di Antonio Conte, di Capello, di Sacchi dal punto di vista caratteriale. Gli Ancelotti o i Ranieri o i Pioli non li ho avuti: forse Aldo Biscardi, che nella vita di redazione quotidiana era assai più mite e riflessivo che in onda, ma in diretta diventava un altro. Lo stesso Maurizio Mosca, che ricordo con amore proprio nel 15° anno dalla sua scomparsa, era di una meticolosità, di un’abnegazione e di una ferocia comportamentale assoluto come direttore (a SuperGol) o come autore-conduttore di programmi.
Rispetto a Roberto De Zerbi, che stimo e ammiro, Conte è più navigato, più esperto a certi livelli sia come giocatore prima che come allenatore poi. Non penso che De Zerbi, in questa società e in questo contesto, con la fame di vincere che hanno i tifosi rossoneri, avrebbe vita facile. E quando dico contesto non parlo solo del momento storico, ma della rosa a disposizione: sono convinto che al Milan di oggi serva un allenatore temprato, un bucaniere, uno di grande esperienza ad alti, altissimi livelli.
Non Massimiliano Allegri per alcuni motivi: le minestre riscaldate non sono quasi mai una buona idea, lasciò che Pirlo fosse ceduto alla Juve nel 2011 e che nel 2012 la squadra fosse smantellata senza opporre resistenza e questo i tifosi rossoneri non glielo hanno perdonato, così come lo scudetto che quell’anno andò alla Juve nonostante un Milan decisamente più forte.
Non amo l’aspetto di Sarri, il suo linguaggio, il suo stare in panchina, il suo modo di relazionarsi nonostante l’allenatore sia indiscutibilmente valido e con idee precise, nonostante l’uomo sia rispettabilissimo.
L’ambiente rossonero non ha più tempo né voglia di tentativi, esperimenti, salti nel buio dopo le scelte di Lopetegui prima e Fonseca poi, dopo il ciclo di Pioli. Il Milan è il Milan e lo sforzo per un tecnico da Milan deve porselo come fondamento essenziale, vitale: Conte, per rispettare l’italianità che condivido, altrimenti Guardiola (italiano di adozione) dato che Klopp è in periodo sabbatico. Pep ama il nostro Paese dove ha giocato nel finale di carriera, dove trascorre le vacanze sin da quando era calciatore, e ha dedicato la sua prima Coppa dei Campioni a Paolo Maldini. Abbastanza per andargli a parlare.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di MilanTv e collabora con Sportitalia e 7GoldSport. Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.
Una risposta
Anamnesi perfettamente condivisibile Luca, Chapeau!
Voltar pagina, o meglio, cambiar tomo al Milan, in questo delicatissimo periodo, equivalrebbe al raggiungimento di una laurea Honoris Causa in pectore! Conte è un magnete attrae facilmente ma se impatta con persone dello stesso polo stravolge la fisica!
De Zerbi sarebbe un progetto valido ma altresi una scommessa al poker come lo fu Giampaolo fortemente voluto dalla bandiera di Maldini! Allegri sarebbe la indigesta ribollita e a fargli eco, anche se non fotocopia, l’altro toscanaccio di Sarri. Gli stranieri raramente sono saliti sul carro italico dei vincitori, ricordo Mourinho e mezzo secolo fa Herrera. Concordo la tua congettura: un uomo alla Ranieri in questa tormentata stagione avrebbe portato ordine e saggezza nella casa del Diavolo. Spero, a mani giunte e rimembrando un felice ricorso storico, che un certo Carlo Ancelotti fresco di Champions League, abbandoni il suolo iberico a beneficio della piana padana dove ritroverebbe amore, casa e la sua inmortale squadra Rossonera!
Buona giornata.
Massimo 48