Il derby lombardo di sabato 5 aprile si terrà in tono minore: il Como sarebbe una delle realtà più entusiasmanti del calcio italiano, non fosse per la frequenza degli inciampi (il pareggio con l’Empoli, lo scorso sabato, ha suscitato qualche malcontento fra i tifosi che garantiscono frequenti “tutto esaurito” al Sinigaglia); il questore di Monza ha vietato la vendita di biglietti ai tifosi biancoblu, perciò lo stadio sarà soltanto biancorosso; la tifoseria brianzola è però esausta per il tracollo (dopo i primi due entusiasmanti campionati disputati in massima serie), quindi non affollerà gli spalti del Brianteo.
Un’occasione sprecata: quella tra i “bagaj” e i “lariani” è un’antica rivalità che proprio in occasione del campionato in corso è approdata in Serie A. La partita dell’andata è stato il primo derby lariano-brianzolo nella massima serie, e quella del ritorno è il confronto numero 100.
Vista “dall’alto”, la tradizione di questo derby lombardo “minore” fa oggi un po’ di tenerezza. Durante il campionato di serie C 2019-’20 il sito del Monza pubblicò con un entusiasmo quasi commovente un comunicato stampa: il derby di ritorno (finito 1-1, dopo la vittoria monzese al Sinigaglia per 0-1) avrebbe segnato il nuovo record di spettatori nello stadio di via Tognini: oltre 5.700, il primato precedente era di 5.541 (pochi mesi prima, contro il Renate). Oggi la capienza dell’impianto brianzolo supera di poco i 17mila posti… e il nuovo record è stato fissato, in questo stesso campionato, a quasi 15.500 spettatori, ospite la Juventus.
Non si potevano immaginare queste cifre quando, negli anni ’80, l’allora presidente monzese Valentino Giambelli intraprese la sostituzione del Sada (il minuscolo stadio accanto alla stazione ferroviaria) con quello che sarebbe diventato il Brianteo (non lontano dalla Tangenziale Est): iniziativa considerata, in città, uno spreco di risorse. Lo stadio fu inaugurato nell’estate 1989, con l’inaspettato successo del Monza sulla Roma di Liedholm (ex allenatore monzese); al quale seguirono però lunghi anni tra la B e, assai più di frequente, la C (facendo in tempo a scendere dalla C1 alla C2, e passando per l’estemporanea Lega Pro), sino a sprofondare in D. L’impianto, che allora di posti ne aveva quasi ventimila, registrava una media spettatori molto sotto il migliaio; e i monzesi ricominciarono a chiedersi se valesse la pena mantenere un tale colosso soltanto per assai sporadici concerti estivi.
Poi è arrivato Silvio Berlusconi, che nel 2018 ha acquistato la società brianzola (allora in serie C), dichiarando che avrebbe portato in serie A una squadra che dalla sua fondazione – 1912 – non vi era mai stata: detto fatto, nel 2022 il Monza prevale sul Pisa nei playoff e sale, prima volta in centodieci anni (la Mondadori pubblica un apposito volume celebrativo) nella massima serie, senza suscitare troppo entusiasmo in città: eppure, dopo le disastrose sei giornate (e un solo punto) con Giovanni Stroppa allenatore, il Monza di Raffaele Palladino si afferma come una delle migliori realtà del calcio italiano. Anche per le “big” affrontare il Monza è un problema: la Juve perde all’andata e al ritorno, e l’Inter subisce una rimonta in extremis in una gelida serata brianzola. Il Monza finisce il primo campionato in serie A all’undicesimo posto, e si lascia dietro qualche rimpianto; saluta in estate Silvio Berlusconi, e conclude la stagione successiva al dodicesimo. Poi comincia un mestissimo canto del cigno: la dirigenza non dà segnali di interessamento, Palladino va alla Fiorentina, una squadra già in difficoltà subisce un costernante smantellamento nella sessione di mercato di gennaio, e il Monza 2024-’25 non sembra nemmeno l’ombra della squadra magari poco tecnica, ma veloce e aggressiva dei due anni precedenti. A Natale già si parla di ritorno in B; la vittoria a gennaio con la Fiorentina per 2-1 e un clamoroso primo tempo a San Siro, ospite dell’Inter in lotta per lo scudetto (il Monza si porta in vantaggio per due gol, ma alla fine perderà 3-2) sono soltanto due bagliori che non rischiarano mesi di tenebra.
Assai più allegra la situazione dei rivali lariani, nonostante alla squadra si possa dire, come a scuola, “il ragazzo è bravo ma non si applica”. Nonostante un allenatore prestigioso quale Cesc Fabregas, a inizio campionato (cominciato perdendo 3-0 con la Juventus) il Como era considerato un candidato quasi sicuro alla retrocessione. La vittoria alla quinta giornata per 2-3 in casa della fortissima Atalanta però aveva suscitato alcuni ripensamenti, e nonostante altri risultati negativi (su tutti, una “manita” subita in riva al lago dalla Lazio) in inverno il Como era già considerato una sorpresa, opinione confermata prima di Natale da un 2-0 inflitto nei minuti di recupero all’ancora traballante Roma. Eppure i tifosi del Como, che con entusiasmo affollano il piccolo (10.500 posti) e fatiscente stadio incastrato tra il lungolago e il Novocomum (il complesso di condomini progettato da Giuseppe Terragni durante il Ventennio), lamentano i tanti punti sprecati: i rimpianti più recenti, il doppio 1-1 con Venezia ed Empoli, e la seconda sconfitta per 2-1 col Milan.
Al di là dei risultati il Como, sino a poco fa una “grande decaduta”, è una realtà curiosa: la proprietà indonesiana a nome Mirwan Suwarso, leader di un impero finanziario al cui interno il Como 1907 è un piccolo investimento, sta portando avanti un progetto degno del sogno (realizzato) di Berlusconi di portare il Monza in A: sponsorizzazioni importanti, il progetto d’un radicale (e ormai indispensabile) rifacimento dello stadio, e un’originale commistione di identitarismo (il motto in dialetto “Semm cumasch” ripetuto ovunque: da enormi cartelloni pubblicitari a piccoli gadget) e internazionalismo (i divi di Hollywood trascinati i tribuna d’onore: da Hugh Grant a una Keira Knightley infervoratissima per aver visto, dopo un pomeriggio di freddo umido, i due gol rifilati alla Roma). Le partite al Sinigaglia sono precedute da mini-concerti di cantanti di successo (da Gué Pequeno a Gaia), e nella sessione di calciomercato di gennaio sono state registrate spese per quasi 50 milioni (oltre al tentativo, non riuscito, di acquistare dal Milan nientemeno di Theo Hernandez). Assane Diao è un attaccante fortissimo, che rinforza una squadra che già si slanciava in avanti col sorprendete Nico Paz, in prestito dal Real Madrid: se però ci si trova a pari punti col Verona, che ha fatto un calciomercato semplicemente conservativo, è doveroso chiedersi a che pro si siano fatti investimenti così importanti.
La storia sta dalla parte del Como (i cui tifosi malignamente chiamano i rivali brianzoli “i senza storia”): quella in corso è la quattordicesima stagione in serie A (vi mancava dal 2002-’03) per i biancoblù. Ci si potrebbe chiedere quanto peso dare al rispettivo palmares (il Monza ha vinto una Coppa Anglo-Italiana e Coppa Italia di serie C; il Como una, e per tre volte è arrivato primo in serie B). La classifica, dopo trenta giornate, pure: il Como è tredicesimo, con 30 punti (sette sulla terzultima) e un saldo gol passivo di undici; il Monza è ultimo con 15 punti (meno dieci dalla quartultima) e la differenza gol fatti-subiti è di -28. Il Como non vince dal 23 febbraio (2-1 col Napoli); il Monza ha vinto solo due partite (0-3 a Verona, e 2-1 in casa con la Fiorentina). Il tifo sugli spalti sarà univocamente monzese, i pronostici sono a favore dei comaschi.
Il derby all’andata, lo scorso 30 novembre al Sinigaglia, è stato piuttosto brutto: pomeriggio fresco e soleggiato, cominciato con un concerto (tre brani) del duo toscano-siciliano La Rappresentante di Lista interrotto proprio mentre Veronica Lucchesi stava per intonare il refrain della loro canzone più famosa, “Ciao ciao”: di colpo gli altoparlanti sono stati spenti (non avevano dato, e non avrebbero più dato, problemi). Le due squadre erano allora più vicine in classifica (il Como era più in difficoltà di adesso), ma il Como era dato per favorito: eppure nel primo tempo non sembrava comportarsi in quanto tale, e a causa di un atteggiamento troppo remissivo i lariani concretizzavano la supremazia soltanto al 36’, con Engelhardt. Chi è causa del suo mal pianga se stesso: subito al 54’ il pareggio su rigore di Caprari, il Como quasi rinunciava a riportarsi avanti, e fra tanto agonismo il solo evento notevole nel resto della partita rimaneva un diverbio tra un centrocampista biancorosso, il greco Kiriakopoulos, e il settore dei tifosi comaschi da cui era stato lanciato in campo un secondo pallone, portando all’interruzione di un contropiede monzese. Quel che è peggio, quasi mille ultras locali si appostavano ad attendere i mezzi con cui la curva del Monza abbandonava l’impianto: ne sono seguiti un lancio di bottiglie, alcuni fermi e, mesi dopo, la decisione di vietare la trasferta nel capoluogo brianzolo ai tifosi dello “Svasso”. La partita è comunque rimasta nella storia del calcio come il primo derby Como-Monza in serie A. Il novantanovesimo in totale (considerando anche quando il Como era denominato “Comense”, e il Monza “Simmenthal Monza”).
Nel complesso, il bilancio è a favore del Como: 38 vittorie dei lariani e 32 pareggi; il Monza ha prevalso 29 volte. 128 gol dei biancoblù, 110 dei biancorossi. Vedremo in questo fine settimana come il centesimo confronto regolerà i conti: così come per la prima volta in serie A, sarebbe stato bello celebrare l’occasione con una cornice più sontuosa. Non per fare del passatismo alla “poveri ma belli”, ma quel che resta è la nostalgia di quando il confronto si teneva in tono minore. Il precedente torneo in cui le due squadre lombarde si sono affrontate è stata la serie B 2021-’22: il ritorno, al Sinigaglia in aprile, fu un sorprendente 2-0 con cui il Como, in cerca di punti da racimolare fra sé e la zona salvezza, prevalse su di un Monza che sognava la storica promozione; ma fu l’andata, in aprile al Brianteo, a dare spettacolo. Doppio vantaggio monzese di Dany Mota nel secondo tempo; pareggio comasco di Bellemo e Vignali fra il 60’ e il 65’; definitivo 3-2 biancorosso di Machin con una palombella al minuto 88. Entrambe le partite con 5mila spettatori scarsi, restrizioni per il Covid e tribuna distinti chiusa.
Sarebbe stato bello non lasciare la rivalità fra le due città ai tafferugli fra ultras; sarebbe stato bello se Monza-Como fosse stato un’alternativa, anche di lusso, ai più consueti derby lombardi (le milanesi contro Atalanta e Brescia, orobici contro rondinelle, sino alla stracittadina più celebre, quella della Madonnina). Il sogno (realizzato) della A, regalato da Berlusconi alla città della Corona Ferrea, e l’identitarismo comasco-indonesiano ne avevano il potenziale. Da una parte il parco più grande d’Europa e la basilica di san Giovanni, dall’altra il Lario e la cattedrale di santa Maria Assunta: alcune tra le più grandi bellezze naturali e artistiche d’Italia. Invece ci accontentiamo di cantanti offese e spalti semichiusi. Viviamo di ricordi…

BIO: Tommaso de Brabant è nato a Milano nel 1987 ed è cresciuto in Brianza.
Ha studiato lettere e storia dell’arte, è stato addetto alla sicurezza negli stadi di Como, Milano e Monza, è comparso in tre film di Pupi Avati (“Lei mi parla ancora”, “La quattordicesima domenica del tempo ordinario” e “L’orto americano”) e ha pubblicato due libri di storia contemporanea: “La Lupa e il Sol Levante” (Firenze 2021), sulla Seconda Guerra Mondiale, e “Il garofano e la fiamma” (Sesto San Giovanni 2024), riguardante Bettino Craxi. Già tifoso del Milan, simpatizza per la Roma.