CESC FABREGAS NON È PER TUTTI

Nel post gara contro il Milan l’attenzione sulle parole di Cesc Fabregas si è ingiustamente concentrata su un siparietto polemico con un giornalista. Già contro la Roma, il tecnico del Como aveva rilasciato dichiarazioni interessanti: “Ho sentito una squadra con uno spirito incredibile. Se non fanno questo sanno che non possono giocare. Questo non si negozia mai, si deve continuare a lottare. Siamo la squadra che concede meno del campionato. Siamo una squadra che si compatta, tatticamente forte. Abbiamo alzato il livello individualmente e collettivamente”.

Sulla stessa falsariga le parole a seguito del match contro il Milan: “Mi si chiami perdente, ma lasciatemi perdere così: si gode vedere tanti calciatori che vengono qui per la prima volta fare un calcio del genere. Lavorare così tutta la settimana e fare in modo che questo succeda in campo con i ragazzi è un piacere, non si può spiegare. Parliamo solo del primo tempo come volete voi”.

Cesc Fabregas non è per tutti. Non è per chi si aggrappa al tabellino come un naufrago alla scialuppa, non è per chi misura il valore di una squadra solo con il risultato. Il suo Como perde, ma lascia un’idea. E nel calcio italiano, spesso ridotto a tatticismi prudenti e a un culto ossessivo del non prenderle, questa è già una vittoria.

“Mi si chiami perdente, ma lasciatemi perdere così”. C’è del romanticismo in queste parole, ma c’è anche una provocazione. Perché perdere non è bello per nessuno, ma c’è modo e modo di farlo. Fabregas ha visto la sua squadra tenere testa al Milan per oltre un tempo, ha visto il calcio che voleva vedere, ha visto giovani che giocano con coraggio e che crescono dentro un’idea. Per lui, questo conta quanto, se non più, del risultato.

W la complessità del calcio, allora! Perché il calcio non è solo vincere, ma è saper giocare. Non è solo difendere e ripartire, ma anche osare, occupare gli spazi, compiere precise transizioni attive e passive, creare e ricrearsi, minuto dopo minuto, in un palleggio che sa di pensiero prima che di tecnica. Fabregas non cerca scorciatoie, non si rifugia nelle barricate, non gioca a distruggere il gioco altrui per cercare il colpo sporco. Il suo Como ha perso, sì, ma ha giocato. E di questo, nel nostro calcio impaurito, bisogna ringraziarlo.

Il Guardiolismo non ha rovinato nessuno, anzi. Ha insegnato che il calcio è movimento, che il possesso non è sterile se ha una logica, che il pressing non è un’utopia, che il pallone è il vero re, non l’attesa dell’errore altrui. Fabregas, che di Guardiola (colui che lo adattava a falso nueve, con risultati notevoli) è stato discepolo (prima che il rapporto si incrinasse), non lo imita ma ne condivide lo spirito: costruire prima di distruggere, proporre prima di negare. E non importa se nel risultato finale c’è una sconfitta. C’è un’idea, e questo è ciò che resta, ciò che conta.

Cesc Fàbregas, nella sua nuova veste da allenatore, ha disegnato traiettorie concettuali con la stessa naturalezza con cui un tempo smarcava compagni in spazi invisibili ai più. Ha rivelato una propensione all’attacco futuristica, di quelle che non si prevedono, che sorprendono, che cambiano le regole del gioco prima ancora che qualcuno si accorga che siano cambiate. E non è certo l’approccio di chi tenta, con goffa insistenza, di ridimensionarne l’impatto — un impatto che sfida il tempo, che scolpisce il calcio in una dimensione quasi artistica. Perché c’è chi accoglie la bellezza e chi, al contrario, ne è vittima inconsapevole, costretto ogni volta a reinventare il proprio modo di subirla.

Chi ride del suo romanticismo, chi lo chiama perdente o “piangina”, chi ne minimizza il lavoro, non ha capito che il calcio, per crescere, ha bisogno di gente come lui. Di allenatori che non abbiano paura del campo, che sappiano insegnare senza annullare, che sappiano perdere per vincere. Perché nel calcio si può perdere in tanti modi, ma solo uno è degno: perdendo per costruire.

Cesc Fabregas è una ventata d’aria fresca. E in questo nostro calcio asfittico, averlo è un dono. Ma è un dono che troppi rifiutano, perché l’Italia calcistica è ancora vittima della sua stessa arroganza. Si sente ancora maestra di calcio, ostinandosi a rifuggire qualsiasi eresia che metta in discussione i suoi dogmi. Da troppi anni, il nostro calcio è in crisi perché si aggrappa al passato, si chiude nel suo provincialismo, rifiuta di contaminarsi. Le idee di Fabregas, come quelle di De Zerbi, di Italiano, di tutti i tecnici della nouvelle vague, sono viste come pericolose deviazioni anziché come opportunità. Filippo Galli parla di eresie calcistiche, e ha ragione: ogni innovazione è un’eresia per chi vive nel dogma. Ma senza eresia non c’è progresso, e senza progresso non c’è futuro. Fabregas lo sa. Il nostro calcio lo capirà mai?

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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